Per la

O.R.S.A. Operazione Resiliente

di Salvaguardia dell'Armonia

INCONTRI COL MASTRO

Incontri sulla storia del teatro tenuti dal professor Fernando Mastropasqua

VENERDì

il 20 e 27 NOVEMBRE,
il 4 e 11 DICEMBRE 2020,
il 15, 22 e 29 GENNAIO,
il 5 FEBBRAIO 2021 

dalle 17.30 alle 19.30

IL GIARDINO DELLE ESPERIDI

Il teatro di chi è costretto a piegare la schiena

"Per l’uomo la patria non è solo la terra, la casa: non dove ha versato sudore, né la casa che derelitta attende

il fuoco, non chiama patria il luogo ove ha chinato la testa."

Bertolt Brecht, Antigone di Sofocle

 

 

Il Giardino delle Esperidi è un’immagine creata dalla fantasia dei Greci.

Come nella Genesi, c’è un giardino di delizie, un paradiso, nel quale si innalza una grande quercia, sul cui tronco è avvinghiato uno spaventoso serpente. A differenza del racconto biblico in questo mito non si prefigura uno stato di immortale grazia divina; il giardino, abitato dal canto delle Esperidi, è il luogo in cui tramonta e risorge il sole. L’immagine dunque è quella di un luogo che evoca il tempo, un luogo terreno, promessa di vita felice e di atroci sofferenze, com’era nello spirito antinomico degli antichi Greci. Nella mente arcaica era la promessa di una vita fuori della foresta selvaggia o degli aridi monti, che sfumava nel sogno di un’età dell’oro libera dalle fatiche del lavoro. Nel corso del tempo l’albero assunse il simbolo della gerarchia sociale. Tra le radici lavoravano e soffrivano i contadini, che permettevano agli uomini di chiesa, ai nobili, ai prìncipi, a cavalcioni dei rami nella parte alta dell’albero, di godere di quella età dell’oro vagheggiata. E l’oro c’era: era giù nelle viscere della terra e lo si poteva raggiungere attraverso la cavità del tronco, serpente permettendo. I contadini vivevano in quelle viscere creando oro per gli altri e disperazione per sé.

Il percorso prenderà in considerazione i gesti, i canti, le azioni legate a quella fatica immane. Non fu un teatro organizzato, tantomeno in funzione di rappresentazioni per la vanità degli attori, fu più rozzamente una attività profondamente intrisa di terra e di lavoro, una attività che germogliava durante la semina, la mietitura, il raccolto, la vendemmia. Non si può catalogare come folklore o teatro popolare – definizioni più adatte ad altre forme consimili, ma di voluta costruzione e destinate a un pubblico – fu piuttosto letteralmente un teatro bastonato, un teatro per nessuno, un teatro di classe, un teatro di contadini, che di terra erano fatti.

Gli indizi sono scarsi e le documentazioni rare. Ma, per quanto sfocato, sarà un discorso sul teatro che non è compromesso con l’esibizione, il compiacimento, il successo, un teatro senza borderò, un teatro-preghiera. Fu un teatro di speranza e di sofferenza, di canti, di sudore, di infinita stanchezza e di dolore. Da questo terriccio fertile di sangue e delirio umano nascerà ciò che noi conosciamo come tragedia.

Online tramite la piattaforma Zoom

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